Biblioteca Sormani

Il Palazzo nel Settecento

Alla morte del cardinale Monti la proprietà fu ereditata da un suo discendente, il conte Cesare Monti Melzi, che fece erigere nel 1736 l’imponente Palazzo che oggi conosciamo.
Il progetto venne affidato a un architetto di fama: Francesco Croce (1696-1773), esponente di punta del nuovo gusto barocchetto.

L’architetto realizzò una dimora di oltre cinquanta stanze dalla particolare ricchezza decorativa e la dotò di una nuova grande facciata verso piazza di Porta Tosa. Ma i lavori relativi a questa impresa dovettero ben presto fermarsi per il contenzioso che si creò tra il conte Monti e i principi Trivulzio, proprietari del palazzo a fianco. I Trivulzio lamentavano il forte danno al valore del loro immobile provocato dall'ampliamento del palazzo Monti, che avrebbe chiuso la visuale verso il vivace Borgo della Fontana dalle loro stanze di ricevimento e dalla terrazza sul Naviglio, situate al piano terreno.

Gli architetti dei due palazzi, chiamati a dirimere la questione, fissarono una linea oltre la quale la costruzione non si sarebbe potuta estendere e idearono la piazzetta verso Porta Tosa, chiusa solo da quei bassi pilastrini che tuttora delineano lo spazio antistante la facciata su corso di Porta Vittoria.
Fu proprio il contenzioso a determinare il ridisegno della facciata di Palazzo Monti e dell'area antistante, come rimangono ancora oggi. La controversia si concluse nel settembre del 1736 e la realizzazione della nuova facciata verso la piazza terminò negli anni 1741-1744.

L'intervento di Croce fu fondamentale per quanto riguarda l’aggiunta del nuovo corpo di fabbrica della facciata sulla piazza. Esso presenta un corpo centrale sporgente, raccordato a quelli laterali da due angoli curvi, sui quali insistono due terrazze collegate alla balconata centrale. Anche i due balconcini di raccordo tra le ali laterali e il corpo centrale della facciata, che ancora oggi rendono inconfondibile il profilo architettonico della costruzione, avevano la funzione di non limitare la visibilità dai palazzi limitrofi.
La parte mediana è scandita da forti paraste corinzie in pietra che sostengono una grande balconata e si prolungano fino al timpano curvo, in mezzo al quale, prima dell’arrivo dei francesi, campeggiava lo stemma di famiglia.
Le finestre sono ornate da timpani curvilinei, di forma alternata triangolare e curva al piano nobile, mentre al pianterreno sono aperti da oculi.

La fantasiosa decorazione ne faceva uno dei prospetti più movimentati nel panorama milanese del tempo e lo stesso edificio venne considerato all’epoca uno dei più fastosi esempi di dimora patrizia.

Gli eleganti e preziosi arredi facevano del Palazzo un tipico ambiente della nobiltà milanese settecentesca. Se però lo scalone e alcuni locali del piano nobile furono ideati quando ancora imperava il barocchetto, gli appartamenti e la facciata del Palazzo verso il giardino vennero realizzati in pieno clima neoclassico.

Una particolarità di Palazzo Sormani, tale da farne un esempio quasi unico rispetto alle altre case nobili milanesi, è quella di avere non una, ma due facciate di notevole importanza.
Nel 1756 infatti la famiglia Monti impegnò un altro architetto per il rinnovamento della facciata verso il giardino, il piemontese Benedetto Alfieri (1699-1767), architetto del Re di Sardegna e ricordato dal poeta Vittorio Alfieri come suo semi-zio. Essa si distingue da quella sul Corso di Porta Vittoria per le sue forme classiciste.

Alfieri impostò il disegno del nuovo prospetto su una serrata scansione di lesene di ordine composito gigante, che con la loro accentuata verticalità conferiscono slancio a tutto il prospetto. La facciata è coronata da un'alta balaustrata decorata da sculture e da un fastigio centrale con orologio.
Le opere scultoree sono ascrivibili agli artisti della Fabbrica del Duomo, tra cui: Elia Vincenzo Buzzi (1708-1780), cui sono attribuite due statue di Apollo e Cerere sul parapetto superiore; Giuseppe Perego, autore del modello de “la Madonnina”, che scolpì il gruppo sormontato dall’aquila ad ali spiegate che orna l’orologio centrale; Carlo Maria Giudici, autore di due statue di Silvano e Dori e di una raffigurante l’allegoria della felicità, oggi conservata nel giardino.

La facciata alfieriana segna un passaggio d’epoca nel gusto in architettura, e come tale fu rinomata nella Milano del tempo e lodata dalla critica neoclassica.

È in questi anni che i saloni del Palazzo si arricchiscono di nuove decorazioni.
In alcune sale del primo piano ne sono visibili tracce e testimonianze, in particolare negli ambienti sul lato verso il giardino (oggi Centro Stendhaliano) dove si conservano stucchi della seconda metà del Settecento, riconducibili ad allievi di Giocondo Albertolli (1743-1849), fautore della riforma in senso neoclassico della decorazione d’interni milanese.
Gli stucchi erano stati attribuiti in precedenza, in maniera meno convincente, ad Agostino Gerli (1744-1821).

Purtroppo è andata distrutta sotto i bombardamenti della II guerra mondiale la grandiosa Sala da ballo, chiamata "la Galleria" (oggi sala di lettura detta Sala Massima), in cui si potevano ammirare gli affreschi di Biagio Bellotti (1714-1789), di cui resta al piano terra del Palazzo un affresco nello Spazio Young, e le "quadrature" di Antonio Agrati.
Il grande affresco della "Galleria" rappresentava il soggetto mitologico di Atena, raffigurata con ampio mantello e elmo, circondata dalle Muse.