Biblioteca Sormani

Il Palazzo nel Seicento

Al principio del Seicento il Palazzo passò nelle mani di Ferrante Medici di Marignano, figlio di Livia, nipote di Giovanni Battista Castaldo, il primo proprietario.
A causa del coinvolgimento in un omicidio, nel 1600 Ferrante fu esiliato e subì la confisca dei beni. Nel documento di sequestro si trova la prima descrizione dell’edificio, diventato nel frattempo “Palatium magnum”, “cum magna curia in antis…et portico magno ac celebri cum columnis sex coloris mixti marmoereijs…”, ma lasciato in uno stato di abbandono, forse a seguito delle difficoltà finanziarie attraversate da questo ramo dei Medici di Marignano che, sommersi dai debiti, non vi dimorarono più, e dalla stessa Livia, che rapidamente dilapidò l’immenso patrimonio familiare e le grandi ricchezze che in origine vantava.

Nel 1642 il Palazzo fu venduto da Gian Battista Medici di Marignano, al quale il fratello Ferrante ne aveva fatto dono, prima a Rovida e in seguito a Monti. A quell’epoca il Palazzo si presentava già nella conformazione trapezoidale con corte centrale che tuttora lo caratterizza.
Il Palazzo divenne quindi proprietà della famiglia Monti, in particolare del cardinale Cesare Monti, arcivescovo di Milano dal 1632 al 1650, successore di Federico Borromeo e raffinato collezionista d’arte. Egli sostenne ingenti spese, oltre che per l’acquisto del Palazzo, anche per il suo rinnovamento, che venne affidato a Francesco Maria Ricchino o Ricchini, architetto affermato e al centro della scena milanese.
Appassionato di arte e letteratura, il cardinale raccolse nella sua casa una ricca collezione di quadri e opere d’arte, poi passata in parte alla Galleria Arcivescovile e in parte alla Pinacoteca di Brera.

Il rapporto tra l’arcivescovo Monti e Ricchino fu verosimilmente molto stretto. L’intero periodo del legato arcivescovile di Cesare Monti fu caratterizzato da un’intensa attività edificatoria, soprattutto religiosa, e coincise con gli anni di massimo fulgore dell’attività di Ricchino, che per le famiglie milanesi progettò importanti palazzi.

Allo scopo di consolidare l’immagine dell’importante famiglia, furono realizzati dal Ricchino due fondamentali e principali interventi nel Palazzo: la trasformazione del cortile centrale in una vera e propria cour d’honneur e l'inserimento di uno scalone monumentale, raccordati tra loro dal porticato a cinque arcate in fondo al cortile, sulla falsariga della soluzione adottata nella corte del Palazzo Durini.

Nel complesso il progetto di Ricchino per il Palazzo fu molto articolato e impegnativo e, come si evince dalla ricca documentazione grafica rinvenuta, prevedeva sette fasi di intervento, l’aumento della volumetria e una diversa e più razionale distribuzione degli ambienti interni.

L’attuale disegno della pavimentazione del cortile non è quello originale, che un tempo recava due corridoi a lastre di pietra, rispondenti alla necessità di far transitare agevolmente le carrozze fino all'andito dove scendeva chi doveva accedere allo scalone d’onore.

Successivamente il disegno fu modificato, fu posta al centro della corte la vera da pozzo un tempo in un cortile laterale di servizio, detto “delle donne”, e le pietre pavimentali vennero sistemate in forma di croce. I ciottoli sono collocati secondo la tecnica tipicamente lombarda della rizzada.

Lo scalone doveva condurre al salone di ricevimento, che venne spostato dal piano terra al nuovo piano nobile. L'impianto planimetrico dello scalone è complesso e riconducibile a modelli romani cinquecenteschi. La scenografia venne studiata da Ricchino appositamente per rispondere alle esigenze del prestigio sociale dell’arcivescovo.

Tra il portico e lo scalone venne introdotto un vestibolo d'entrata come prolungamento dell'asse maggiore del portico stesso. Il vestibolo si compone di una rampa di pochi gradini e di un pianerottolo illuminato da una grande finestra su cui perpendicolarmente si apre lo scalone.
Già dal Rinascimento esso svolgeva la funzione di vero e proprio "baldacchino cerimoniale" per il saluto agli ospiti di alto rango.

Alle pareti dello scalone d’onore è conservato oggi un pregevole arazzo di manifattura fiamminga (fine XVI - inizi XVII secolo), raffigurante un episodio dell’Eneide con Didone che invita i suoi sudditi ad accogliere il profugo Enea.