Biblioteca Sormani

La Sala dei Putti

La Sala affaccia sulla terrazza sinistra della facciata verso largo Augusto e prende il nome dai preziosi stucchi rococò di autore ignoto che ne ornano la volta. 
La Sala ospitava alcuni arredi provenienti da Palazzo Lonati Verri, qui confluiti in seguito al matrimonio di Carolina Verri con Alessandro Sormani Andreani. Originali sono il lampadario, la specchiera dorata, il camino di marmo e le cornici lignee di porte e finestre. Attualmente ospita una serie di opere pittoriche, sculture e bronzetti, ed inoltre un mobile ligneo che custodisce la grande Divina Commedia illustrata da Amos Nattini. 

 

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A ricordarci il tempo splendido del Palazzo, i cui balconi, nelle grandi festività, venivano decorati dai magnifici arazzi, oggi custoditi nei Musei Civici, troviamo qui esposta la tela di Emilio Magistretti (1851-1936) Gli arazzi di Rubens a casa Sormani, 1880, olio su tela.

Fra le diverse opere qui esposte si trovano una scultura in bronzo raffigurante Diana cacciatrice, opera dello scultore Franco Lombardi (1891-1943), donata dalla moglie Piera, e un bronzetto dal titolo I Contadinelli, realizzato dallo scultore Leonardo Bistolfi (1859-1933).

Su una delle pareti sono esposti due quadri di epoca ottocentesca, rispettivamente di Francesco Colombi Borde e di Gioacchino Banfi, ritraenti la sala di Palazzo Lonati Verri da cui provengono le tele del mito di Orfeo, in seguito riadattate e collocate nella sala del Grechetto. Qui si trovavano anche due tele del ciclo di Orfeo escluse dalla ricollocazione nella sala di Palazzo Sormani: si tratta di una tela con soggetto mitologico identificato come Bacco allevato e nutrito e di una raffigurante un cranio di babirussa asiatico, che riflette il gusto di tipo naturalistico e attento ai dettagli caratteristico di tutto il ciclo. Al momento le due tele sono state staccate per essere sottoposte a restauro, così come tutte le tele esposte nella Sala del Grechetto.

La Sala ospita un documento prezioso e l’opera di maggior formato della biblioteca: la Divina Commedia di Dante Alighieri nell’edizione illustrata da Amos Nattini (1892-1985).
Stampata dal 1931 al 1941, quest'opera è uno degli esemplari pubblicati su sottoscrizione dall’Istituto Nazionale Dantesco di Milano. L’esemplare qui conservato è il n. 587, stampato per Angelo Valdameri, ed è contenuto in un mobile-leggio, il cosiddetto Danteum, realizzato appositamente dall’ebanista Ettore Zaccari.

L’opera è suddivisa in tre volumi non numerati corrispondenti alle tre cantiche, contiene cento tavole dipinte a mano e ha una preziosa rilegatura in cuoio decorato a mosaico e oro di tipo “allusivo”, ispirata al contenuto del volume.
La carta è del tipo a mano di puro straccio, collata alla latina, preparata appositamente dalla Cartiera Fabriano, nel formato di 81x65 cm, di colore bianco per le riproduzioni a colori e avorio per il testo, quest’ultimo inciso su lastre di rame e stampato ad acquaforte foglio per foglio.
Lo stesso Nattini elaborò il carattere tipografico, ispirato ai tipi latini primitivi, di proporzioni tali che il testo, iscritto in una spina di contorno, risulta ripartito su due facciate di due colonne ciascuna. Ognuno dei volumi era quindi concepito come un antico libro di miniature, dipinto a mano con colori stabili e personalizzato nel colophon con l’indicazione del committente.

Amos Nattini (1892-1985), di origine genovese, è stato un famoso pittore, affermatosi molto giovane con l’illustrazione di opere di Gabriele D’Annunzio, e poi diventato celebre soprattutto in riferimento a temi danteschi. Negli anni ’20 si trasferì a Milano, dove visse per due decenni. Il successo ottenuto, anche a livello internazionale, fece sì che il regime fascista lo annoverasse tra gli artisti che meglio esprimevano e magnificavano la “nazionalità” italiana, tanto che una copia della sua Divina Commedia venne donata nel 1938 a Hitler. Nel 1943 fu però accusato di attività anti-tedesca e anti-fascista, e si ritirò a Collecchio, dove continuò a lavorare fino alla sua morte.

L’esemplare conservato a palazzo Sormani fu tra i pochi libri di pregio che, messi in salvo nei sotterranei, si salvarono dal bombardamento dell’agosto 1943 che distrusse la Biblioteca, allora situata nel Castello Sforzesco.