Biblioteca Parco Sempione

I GRUPPI DI LETTURA

I nostri Gruppi di Lettura sono aperti a lettrici e lettori incalliti o alle prime armi, giovani o giovani dentro, occasionali o libro-dipendenti, all’antica o “tecnomani”. Si sceglie a maggioranza un libro, lo si legge autonomamente e ci si ritrova per discuterne insieme.

Ciascun gruppo si incontra una volta al mese: uno il mercoledì sera alle ore 17.30, l'altro il giovedì alle ore 18.00.

Al momento le iscrizioni ad entrambi i gruppi di lettura sono chiuse per raggiungimento del numero massimo di partecipanti.

Per conoscere la data del prossimo incontro e il libro scelto consulta la sezione eventi.



Incontri Voci nel Parco


Ricordo di un'isola di Ana Marìa Matute

Storia ambientata su un'isola lontana dal continente, dove infuria una guerra fratricida che fa da sfondo alle più piccole, ma non meno cruente, lotte tra bande di ragazzini, familiari e classi sociali.

Unanime il parere sulla ("stratosferica") capacità descrittiva, fin dall'incipit con il quale l'autrice ci pone davanti protagonisti e ambientazione, tanto da eleggere a personaggi anche le cose, gli oggetti, la natura, che accompagnano la storia dei "veri" personaggi.

La luce, il declivio, l'ombra, l'isola accogliente e aggressiva nello stesso tempo, funzionano da contrasto ai protagonisti del libro, trovati sgradevoli, decadenti, senza riscatto. A partire dalla protagonista Matia, che sembra opporsi alla meschinità e alla violenza dell'isola, senza mai riuscirci veramente.

Per molte partecipanti al gruppo le note positive si fermano qui: ritmo lento, storia inesistente o quantomeno troncata ("storia di formazione monca con un finale fastidioso"), quasi che le belle descrizioni siano un esercizio di stile fine a sé stesso, senza riuscire a coinvolgere emotivamente il lettore.

Invece altre voci hanno riconosciuto una volontà precisa dell'autrice nel dare un senso lento e disperato alla narrazione, apprezzandone anche il taglio netto del finale (ricordiamoci che è il primo libro di una trilogia), interrogandosi sul valore del doppio pianto del "pestifero" e perfido cugino in partenza per il collegio. Si riconosce forte la presenza, anche in piccoli ma affilati dettagli, della tragedia della guerra fratricida, che fa da sfondo alle vicende familiari e ai rapporti tra gli abitanti dell'isola, rapporti che sono la vera storia narrata dal libro.

Camminare sopra le conchiglie come fossero morti, i fantocci di paglia appesi come i veri impiccati dai generali, le violenze sugli ebrei di secoli passati, i giornali che arrivano dal continente. Tutte le esistenze dell'isola soffrono queste presenze oscure, mai chiare, nette e palesi. E ogni personaggio è costretto a farsi un'isola a modo suo, per autodifesa. Soprattutto i ragazzini protagonisti, in bilico tra l'infanzia e l'età adulta, che terribilmente si avvicina. "Chissà se è vera la morte?" si chiede Matia, in un ultimo impulso d'infanzia.

La discussione sul libro si è chiusa con una domanda di Gabriella, che forse racchiude il tono del libro: è più terribile la violenza fisica tra le bande di ragazzini o tutta la sottile vendetta che prepara Borja?

Divorare il cielo di Paolo Giordano

Tutto inizia a metà degli anni ‘90 in una masseria della località pugliese di Speziale, dove vive una coppia con tre ragazzi adolescenti, di cui solo uno è il figlio biologico, che vengono cresciuti secondo principi ispirati a credenze religiose inconsuete e al contatto diretto con la natura. Teresa, ragazzina torinese che passa le estati a Speziale nella villa della nonna poco distante dalla masseria, diventa parte della piccola comunità ed è irresistibilmente attratta da Bern, il più carismatico dei tre ragazzi. La vicenda si dipana per quasi vent’anni ed è ricostruita dalla voce di Teresa, a cui si aggiunge in alcuni punti quella di Tommaso, un altro ragazzo del terzetto.

Alcune partecipanti hanno trovato il romanzo emozionante, incalzante come un giallo per le vicende, anche tragiche e criminose, che sono ricostruite tassello per tassello senza risposte lasciate in sospeso, come in un’architettura perfetta, riconducibile forse alla formazione di matrice scientifica dell’autore. I personaggi sono stati definiti ragazzi sbandati, negativi, e per questo da alcune di noi la lettura non è stata apprezzata. Tuttavia, Bern, considerato il focus di una storia corale, rappresenta il desiderio di vita e l’aspirazione ad una ascesa verso l’alto, anche se la sua fusione totale con la natura del finale, lo porta materialmente a scendere nelle profondità di una grotta.

La vicenda affronta tanti temi, ma irrinunciabili: amicizia maschile, ambientalismo, fecondazione eterologa, appartenenza a un gruppo, dipendenza psicologica, corruzione, genitorialità. I protagonisti non riescono a sviluppare in senso positivo i loro ideali, anche per carenze di supporti idonei da parte della società, ma Teresa porterà avanti, pur con grande fatica, il suo grande amore per Bern, lasciandoci con una riflessione sui personaggi maschili, che sembrano, invece, tutti avvitati su sé stessi.

Il treno dei bambini di Viola Ardone

Riportando le parole di una partecipante del gruppo: ”Ancora una volta Viola Ardone prende spunto da un fatto vero per parlare di solidarietà, di relazioni umane, della sua città devastata dalla guerra, di attaccamento alla propria cultura e alle proprie radici, prima attraverso la voce di Amerigo bambino la cui parlata con intonazioni dialettali rende il libro vivace e divertente e poi con la sofferenza mai sopita di un Amerigo ormai adulto che solo con la morte della madre, provata dalla miseria per tutta la vita, ma anaffettiva, riesce a far pace con lei e con se stesso.”

Emblematica del rapporto tra la madre e il figlio è la frase di congedo di Amerigo davanti alla tomba: "Quello che non ci siamo detti non ce lo diremo più, ma a me è bastato saperti dall’altra parte di quei chilometri di strada ferrata, per tutti questi anni, con le braccia strette a croce sul mio cappottino. Per me è lì che resti. Aspetti, e non vai via".

Una cosa divertente che non farò mai più di David Foster Wallace

1996. A David Foster Wallace viene commissionato dall’Harper’s Magazine un reportage sulle crociere extralusso: Una cosa divertente che non farò mai più è il libro che ne nasce, il resoconto di sette giorni lungo le coste caraibiche a bordo di una meganave.

C’è chi tra i lettori ha riso, tanto. Per il linguaggio tagliente, la funambolica inventiva lessicale, per le note a piè di pagina utilizzate dall’autore come un complemento alla narrazione. C’è chi invece ha riso meno. Per l’umorismo fantozziano, che inizialmente fa ridere e poi disperare, per le annotazioni che interrompono la lettura rendendola meno scorrevole.

Al di là delle valutazioni sullo stile, tutto il gruppo ha apprezzato l’abilità di Wallace nel ritrarre la disperazione sociale di questi luoghi di alienazione, che danno noi turisti in pasto all’imperativo del “divertimento”. Wallace usa la satira al meglio di sé stessa, come uno strumento di (auto)consapevolezza mediato dal riso nonché dalle nevrosi e ipocondrie del protagonista. Un’autoironia molto apprezzata, che non fa degli altri un bersaglio ma che include Wallace medesimo, e dunque tutti noi lettori, nel gregge che anela al suo posto al sole, al lusso, all’eccesso, all’anestesia almeno per una settimana all’anno.

Lo sbarco -ha detto un partecipante- è ovunque, lo sbarco della globalizzazione che invade il terzo mondo facendone un prodotto di consumo; un’invasione che è inquinamento e decomposizione, come nel passaggio citato da una lettrice: la pelle abbronzata che si squama e cade, così come fanno i rifiuti lasciati dalla meganave in una scia che sporca il blu del mare.

Insoddisfatti, famelici, annoiati, indifferenti alle condizioni di chi su quelle navi lavora. Pagina dopo pagina ci siamo divertiti, ma non lo faremo mai più: scesi dalla nave del libro insieme a Wallace abbiamo guadagnato una terraferma di consapevolezza e lasciato al largo un delirio di Assolutamente niente (cit.).

Bugiarda di Ayelet Gundar-Goshen

Un urlo proveniente da un cortile sul retro di una gelateria fa accorrere le persone che si trovano nei dintorni, che si trovano davanti una ragazza in lacrime e un uomo che la strattona. La situazione sembra chiara: aggressione di natura sessuale e la ragazza, vittima in realtà di pesanti insulti verbali, non ha la forza di negare la presunta violenza. Questa bugia iniziale travolge i personaggi, che sono portatori, a vari gradi, di menzogne, inganni, segreti. La protagonista diventa un personaggio mediatico, ricevendo finalmente l’attenzione di cui sentiva un disperato bisogno.

Allora, qualcuno ha suggerito, mentono tutti perché hanno bisogno di essere “visti”, riconosciuti per quello che sono, ascoltati, amati nonostante le singole piccolezze? La scrittrice, psicologa di professione, mette nelle pagine di questo romanzo, permeato da una buona dose di ironia, una grande quantità di pensieri, sentimenti; c’è una vera e profonda evoluzione del sentire dei personaggi principali.

Il romanzo ci interroga sul mentire: è solo un comportamento riprovevole e condannabile o è anche altro? Qualcuno ha ricordato che nell’evoluzione delle specie la capacità di ingannare è fattore di sopravvivenza, qualcun altro che la parola “menzogna” deriva da "mens" e le bugie sono parte dello sviluppo mentale e sociale dell’essere umano.

Aniko di Anna Nerkagi

In questo breve ma intenso romanzo, in parte autobiografico, sono tanti i temi sollevati dall’autrice e che sono stati evidenziati dai partecipanti al gruppo di lettura. Aniko, giovane donna ventenne ultima discendente di una tribù nenec, torna al villaggio natale quando scopre della morte della madre. È l’occasione per riabbracciare il padre che non vede da molti anni ovvero da quando si è allontanata per conseguire un’istruzione su volontà del governo russo.

Il ritorno segna inevitabilmente un contrasto tra le radici e il desiderio di una vita moderna e appagante: emerge qui di bisogno di andarsene da un ambiente chiuso e opprimente ma anche il senso del dovere nei confronti del padre e della cultura a cui appartiene. “Il rientro la mette di fronte ad una possibilità di scelta che per il momento sospende… Non vuole rinnegare il proprio sé ma nemmeno i propri affetti”. Contrasti che sono senz’altro riconducibili e insiti alla condizione dei migranti: in questo caso, la minoranza etnica ha un rischio altissimo di estinzione della lingua (da intendersi più nei numerosi dialetti che vengono parlati dai neneti), dei riti e delle capacità assodate da centinaia di anni.

Grandi protagonisti del romanzo sono gli animali con cui i nenec convivono: uomini e animali sono pari, le emozioni sono vissute da entrambi su uno stesso livello: la dignità e il rispetto di ciascuno sono preservati. Nella frase finale leggiamo: “ […] Che cosa aveva voluto dirgli il lupo? Perché l’aveva fissato? Aleska non sapeva dare una risposta a quelle domande, ma nei meandri del suo cuore cominciò a nutrire un grande rispetto per il giovane lupo che si era allontanato con tanta dignità, senza riconoscere il potere dell’uomo e senza umiliare sé stesso. Sì, forse era andata così…”.

Ed è proprio dal rispetto che è scaturita un’ultima riflessione: ovvero come sia possibile una condivisione dell’esistenza tra due mondi così diversi, umano e animale, quando invece ancora oggi assistiamo ad una guerra ormai decennale tra Israele e Palestina “dove ciascuna parte non riconosce la dignità dell'altro e quindi non ne ha rispetto?”

La variante di Lüneburg di Paolo Maurensig

Un uomo ha un conto in sospeso con un altro uomo, apparentemente sparito nel passato dello sterminio ebraico. Un giallo in cui la vittima ha, per rintracciare il carnefice, l'ossessione per gli scacchi e l'aiuto di un giovane ragazzo appassionato del gioco. Questo giallo storico è stato apprezzato dal gruppo di lettura: il tema scacchistico, solo all'inizio ostico per qualcuno, ha ben sostenuto l'intreccio giallo, amalgamandosi con la trama storica. Gli episodi ambientati in un campo di concentramento, volutamente pochi, hanno una verità e una forza che li rende a tratti difficili da affrontare, ma altrettanto sentiti e necessari.

Emerge netto, nella drammaticità del contesto, il tema della scelta. Quella scelta che ogni mossa degli scacchi di per se stessa impone, quella scelta che è della vita di ciascuno, perché "se non fossimo costretti a scegliere saremmo immortali". Non è cosa sui cui si riflette, nel tramestio della vita di ogni giorno, ma è così. In un giallo in cui il narratore è insieme interno e onnisciente, in cui "l'esecuzione capitale differita nel tempo" è dichiarata fin dalle prime pagine, il pezzo del cavallo -cavallo dei neri, per esattezza- diventa quasi un 'cavallo di Troia', il mezzo per stanare un nemico trinceratosi dietro una falsa identità.

Commoventi per tutti le foto che il protagonista conserva incorniciate sul suo pianoforte, quei sommersi della scacchiera della Storia.

Almarina di Valeria Parrella

Lutto e maternità mancata di un’insegnante del carcere minorile di Nisida, Elisabetta, sfociano nella capacità di tornare ad amare grazie all’intesa con la studentessa Almarina, che dà giustamente il titolo a questo romanzo.

Chi ha avuto occasione di entrare in un carcere, ha trovato la lingua difficile, evocativa, sintetica ma capace di rendere la sensazione che si prova al momento della chiusura delle porte; per qualcuno lo stile è ruvido, il linguaggio crudo e troppo intimistico. Accade veramente: a volte i ragazzi collocati negli istituti vengono spostati senza preavviso, generando un senso di provvisorietà negli educatori a riguardo del futuro dei ragazzi e del senso del proprio lavoro. Il libro è in questo senso un richiamo alla responsabilità sociale e alla riflessione sul peso della burocrazia di fronte alle situazioni di sofferenza e disagio.

Il libro è stato letto anche come un atto d’amore verso Napoli, con i numerosi riferimenti a luoghi particolari della città.

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I libri letti dal Gruppo di Lettura del Mercoledì


Incontri giovedì


Città sommersa di Marta Barone

"Città sommersa" è il tentativo di ricostruire parte della vita del padre dell’autrice, medico e operaio arrestato nel 1982 per partecipazione a banda e poi assolto, e delle vicende di una città, Torino, sconvolta dagli atti feroci degli anni Settanta. Marta Barone più che dare una ricostruzione di ciò che è stato ci conduce nel percorso di ricerca: fatto di interviste ad amici e parenti, di indagini di archivio ma anche di riflessioni e di cambi di opinione.

È un racconto intimo, a tratti malinconico che raccoglie frammenti di vite personali con la Storia di quegli anni: lotte operaie, case popolari (occupazione di via della Cacce) restituendoci un affresco romanzato di tutte le declinazioni della sinistra extra parlamentare (Servire il popolo, Lotta Continua, Partito Comunista marxista leninista, etc.).

I partecipanti al gruppo hanno apprezzato il testo soprattutto perché ha saputo restituire la “percezione” dei violenti Anni Settanta al di là delle differenze tra le città di Milano e di Torino: da un lato le istanze di giustizia, i diritti civili e la partecipazione collettiva; e dall’altro lo sconforto della deriva dei movimenti dell’epoca.

Una cosa divertente che non farò mai più di David Foster Wallace

Incontratosi in trasferta -presso l’Archivio di Triennale Milano- il gruppo di lettura ha aperto… con la noia! Perché se a diversi lettori il libro ha divertito moltissimo, per l’indubbio talento stilistico e narrativo di Wallace, ad altri invece ha annoiato: che sia per le note -quasi un ipertesto-, che sia per l’impianto da reportage, c’è chi lo ha finito a fatica o lo ha abbandonato. O che sia per un effetto voluto, per contagiare il lettore con quella noia che pervade la vacanza in crociera e da cui la macchina del divertimento organizzato (cit.) cerca disperatamente di salvare il cliente senza riuscirvi; tra balli serali, cibo a sfinimento, tiri al piattello, giochi di prestigio il risultato è di una tristezza e una disperazione mortifera.

Il tutto però con la verve di un Wallace, la cui personalità brillante, nevrotica e depressa, non viene celata al lettore ma emerge generosamente dalle pagine del racconto. Chi ha letto altro di lui lo ha riconosciuto. Può sembrare infatti che Wallace si tiri fuori, lui rockstar della letteratura contro il gregge di turisti faciloni, ma non è così. Wallace si mette in gioco, non risparmia autoironia e autocritica, si fa coinvolgere per vedere, anche su se stesso, l’effetto che fa questo precipitato di lusso e vizio americano.

Non è un bell’effetto, ma l’importante è accorgersene per tempo e scendere.

Notturno cileno di Roberto Bolaño

Nel cuore della notte un uomo, Sebastian Urrutia Lacroix, che è prete, critico letterario e scrittore cileno e ha vissuto l’epoca di Allende e Pinochet, è tormentato dagli insulti di un misterioso personaggio, chiamato giovane invecchiato, che lo costringe a ripercorrere le tappe della sua vita piena di condiscendenza e compromessi.

Il romanzo è stato considerato dal gruppo per lo più complicato per la forma, una lunga confessione senza divisione in capitoli e nemmeno in paragrafi, e per la dovizia di citazioni, in buona parte legate alla scena letteraria cilena dell'epoca. Il ritmo serrato della scrittura è stato apprezzato, riesce a rendere la situazione del personaggio quasi delirante e una sorta di mancanza d’aria.

Urrutia non è stato considerato un personaggio piacevole, volutamente crea disagio nel lettore; pare che nella sua vita tutto sia stato riempito dalla letteratura ed è stato notato un contrasto tra questa pienezza e gli ampi spazi vuoti del paesaggio del Cile. La conquista della cultura non ha reso Urrutia immune dall’odio e dalla paura, e il personaggio rimane in balia di un forte dissidio interiore.

Un libro che non lascia indifferenti e può stimolare a cercare chi si nasconde sotto i personaggi romanzati.

Il treno dei bambini di Viola Ardone

Il treno dei bambini è un romanzo che è piaciuto alla maggior parte dei partecipanti: un libro che arriva dritto alla pancia. É stata riconosciuta la buona capacità di scrittura di Viola Ardone, professoressa di italiano e latino: dal ritmo serrato, con un buon incipit, coinvolgente e senza pause. Gradita anche la presenza di elementi dialettali che non hanno appesantito la lettura, come avviene in altri scrittori.

Qualcuno ha notato un cambiamento di registro tra la prima parte, dove il linguaggio è più ricco e immediato, e l’ultima dove invece lascia maggior spazio alla riflessione. Ed è proprio in quest’ultima parte che il protagonista Amerigo “mette in sospensione i sentimenti del suo mondo” (mamma e il quartiere in cui abita) per abbracciare il “desiderio” di suonare il violino e recuperare quella parte di sè che aveva congelato.

Molti non conoscevano l’iniziativa dei cosiddetti Treni della felicità - portata avanti dal Partito Comunista ma voluta fortemente dalle donne partigiane dell’UDI - di regalare alcuni mesi di serenità ai bambini poveri del centro-sud Italia. Questa è stata anche l’occasione per riflettere su come sia illogico che oggi, in una società benestante e “idilliaca”, soprattutto se raffrontata con quella del Dopoguerra, sia più difficile “accogliere” chi è in difficoltà.

Alla fine della serata ci si è chiesti se in Amerigo il senso di colpa abbia caratterizzato la sua vita oppure no?

Maus di Art Spiegelman

Parte della discussione del gruppo di lettura -fatto di lettrici e lettori perlopiù non soliti leggere fumetti- è stata proprio dedicata al genere graphic novel, che ha rappresentato per tanti una gradita scoperta. "Come si legge un fumetto?" è stata la domanda più emblematica, e per nulla scontata. Perché Maus è un fumetto di cui ben si segue la trama anche solo leggendo il testo nelle nuvole, salvo poi rimanere così colpiti dal disegno, potente ed essenziale, da tornare indietro a riguardare. A leggere si impara, e anche la sintesi di immagine e testo, con la sua ricchezza, è un linguaggio a cui ci si abitua leggendolo.

Il disegno di Spiegelman, "nero come l'ombra e quindi diventato luce", riesce poi nell'impresa di dare voce all'unicità di ciascuna persona, difetti e manie compresi, raccontandola senza scadere nella tipizzazione, rischio in cui poteva incorrere vista la scelta di rappresentare gli uomini in veste animale. Lo stesso racconto storico è potente, sia ovviamente nella parte biografica (la vicenda del padre deportato) sia in quella autobiografica (il suo travaglio di figlio di sopravvissuti e di scrittore dello sterminio): "sono tutte cose che si sanno già, ma è come se le si leggesse per la prima volta". Del resto il lavoro di documentazione dell'Autore è stato vasto, lui stesso racconta la realizzazione della sua opera in MetaMaus, che è stato consigliato in quanto interessante complemento alla lettura del fumetto.

La promessa di Damon Galgut

Il romanzo ha spiazzato tutto il gruppo di lettura per la storia narrata e per la scrittura. Quest’ultima è insolita e ha qualcosa di teatrale: cambia spesso soggetto narrante, in certi punti si rivolge direttamente a chi legge; sembra allontanarsi per qualche paragrafo da tutta la vicenda familiare, concentrandosi su particolari che sembrano inutili, ma solo per allargare la sensazione di forti contrasti che, infine, si riducono a una condanna al non cambiamento.

Anche i dialoghi sono inseriti nel testo senza una punteggiatura facilmente individuabile. Questo forte straniamento e contrasto, che in alcuni casi ha rafforzato la lettura stessa, ha lasciato una curiosa e condivisa difficoltà da parte di tutto il GdL a riuscire ad attribuire facilmente il colore della pelle ai personaggi, dato purtroppo importante e fondamentale per un libro che affronta una storia familiare, privata, ma per forza di cose collettiva. Condivisa anche la sensazione di una storia senza via d'uscita, nella quale la promessa, anche qui privata e collettiva, è l'unica protagonista e condanna. Non c'è un intento politico palese, ma una fotografia e uno spaccato di una società, dominata da fatalismo e disfattismo e dove quasi nessuno fa nulla per mantenere la promessa di cambiamento, giustizia e pacificazione. Un fallimento intergenerazionale e intragenerazionale, "si gira pagina, passano nove anni, ma non te ne accorgi, tutto è uguale".

I personaggi "non sono considerevoli nella cronologia nella quale vengono collocati". Singolarmente hanno qualche aspetto positivo, la combinazione invece è fallimentare, sono negativi, ma "non sono grandi nel male, sono degli omuncoli". Si è fatto cenno addirittura alla psicogenealogia: le situazioni non risolte si tramandano tra generazioni. Ma dove si è inceppato il meccanismo?

Un albero cresce a Brooklyn di Betty Smith

Il romanzo di Betty Smith vuol essere un bellissimo affresco della Brooklyn di inizio secolo. La descrizione del quartiere popolato da individui provenienti da paesi diversi pone l’accento su molti aspetti : primo fra tutti la fatica della povertà da cui è arduo il riscatto. Una povertà che non è “miseria senza soluzione” se lo raffrontiamo con un altro grande romanzo qual’è Le ceneri di Angela di Frank McCourt. Un riscatto che, in questo romanzo, avviene solo tramite l’”istruzione” (parola che non a tutti è piaciuta). È grazie all’istruzione che la protagonista, Francie Nolan, riesce a superare “il gap dell’isolamento”. A volte però è necessario costruire una realtà anche tramite una bugia, in grado di essere più accettabile: “la menzogna arriva quando abbisogna” riporta un nostro lettore.

Un altro aspetto del libro è senz’altro la questione dell’immigrazione: Brooklyn è un quartiere ghettizzato, gli espatriati sono considerati in modi diversi, in base alla provenienza. La condizione di immigrato in terra straniera non rende tutti uguali ma anzi stratifica le differenze. Quel sogno americano è in realtà un’utopia per la maggior parte degli abitanti di Brooklyn.

L’analisi dei personaggi è precisa e dettagliata ed ogni relazione è ben descritta. In particolare il rapporto tra Francie e la madre Katie: se a volte appare conflittuale (la predilezione per il figlio, preferenze che “se le vive tutte”) in altre risulta alquanto moderno (la confessione della mancata notte con il ragazzo militare). Insomma un libro che è piaciuto alla maggior parte dei partecipanti.

L'evento di Annie Ernaux

Rilevante nel romanzo è il suo stile neutrale, quasi distaccato, ma che proprio per questo riesce a responsabilizzare il lettore, a suscitare un senso di protezione e di consapevolezza sociale. Si avverte che la scrittura è rivolta a chi legge, che non si tratta solo di un dialogo dell'Autrice con se stessa. La parola è dunque strumento di salvezza, per chi testimonia e per chi riceve la testimonianza.

Specifico di questa autobiografia è che in Ernaux non c'è il tema della scelta (tengo il figlio? non lo tengo?), fin dall'inizio lei non manifesta dubbi, perché legittimamente non ne ha. Una differenza rispetto a come è spesso raccontato il vissuto dell'aborto, una differenza che ha reso difficile, ad alcune partecipanti, empatizzare appieno. "Come maschi" hanno detto dei lettori "si prova un senso di difetto, di impotenza". Difetto per l'incapacità di sentire nell'intimo la natura che vive nel femminile, in difetto perché persone la cui componente sociale e di realizzazione di sé non è mai ostacolata o ritardata dalla natura.

Ma leggere serve proprio a prendere coscienza e, se anche non si arriva a sentire fin nell'intimo, è la responsabilità individuale e sociale quanto basta per tutelare ed estendere i diritti.

Nota di colore giallo: a tratti questo libro ha qualcosa in comune coi polizieschi, per l'attenzione alla ricostruzione tramite dettagli, per la ricerca di nomi, luoghi, indirizzi. L'esattezza del ricordo è tutto, recuperare dalla memoria è un dovere di verità.

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I libri letti dal Gruppo di Lettura del Giovedì



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