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It's hard to be a saint in the city

Primo romanzo che leggo di Malamud e sicuramente non sarà l'ultimo, mi ha regalato il piacere di farmi sentire il benvenuto tra le sue pagine. A volte succede.
Mi ha fatto sentire a casa, uno spettatore in prima fila che assiste ad uno scorcio di umanità concentrata in poco spazio, un negozio di alimentari piccolo e a suo modo decadente gestito dall'ebreo Morris Bober nella Brooklyn degli anni '50, un uomo già marchiato da un cognome che in yiddish significa 'persona che vale poco'.

Il piacere è cresciuto conoscendo i personaggi, pochi e semplici, ma avvolgenti e caldi come una coperta in pieno inverno, come lo stile dell'autore, capace, con la leggerezza di una farfalla, di convogliare nelle quattro pareti di questo suo negozio la storia di una famiglia messa di fronte a difficoltà di vario genere per lo più preoccupanti. Il tutto ammantato da un senso di lentezza, di ipnotizzante calma in grado di sfiorare con garbo quella zona del mio cuore che risponde al nome di compassione.
La tristezza a braccetto con l'infelicità è quasi sempre dietro l'angolo, di volta in volta, trascinando con sé molti sentimenti contrastanti che mettono alla prova le relazioni. Non solo tra i Bober, ma anche tra quelli che ruotano loro attorno, come l'italiano Frank, il loro commesso 'per caso', un personaggio sempre in bilico tra il fare la cosa giusta e quella sbagliata.

Se è vero che qui l'infelicità si insinua ovunque sfociando in disillusione, è altresì vero che Malamud sa renderla dolce e malinconica, soprattutto per quanto riguarda Morris, un vinto che in contrapposizione al cognome che porta e benché poco praticante dei riti della sua religione, è comunque uomo di rettitudine morale e onestà tale da far invidia, con le dovute proporzioni, a un Santo.

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